Quel povero cristo di Christo

Così, le passerelle galleggianti di Christo sul Lago d’Iseo hanno fatto il pieno. Riuscendo a radunare sul piccolo bacino lombardo le persone più disparate. Tutte disposte ad affrontare estenuanti code sotto il sole, disagi logistici ed economici di considerevole entità, la terribile sensazione di essere parte di una mandria. Solo per poter vedere da vicino e toccare l’opera di cui tutti parlano. E i paesini della riviera si ritrovano così di colpo meta del turismo di massa. Tanto che Sulzano, uno dei centri dai quali parte una delle passerelle, ha istituito una surreale ztl per pedoni. Chissà quanti sindaci, anche di grandi città, stanno pensando a come poter corteggiare l’artista. Eppure non è sempre stato così. Proprio no.

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Christo and Jeanne-Claude – Floating piers, progetto (2016)

MILANO, 1970 – Christo e la devota moglie Jean Claude (morta nel 2009) sono celebri nel mondo soprattutto per i loro “impacchettamenti”. È grazie a opere come quella del Pont Neuf del 1985 o del Reichstag nel 1995 che la coppia è diventata una superstar dell’arte contemporanea. In grado di poter chiedere, e spesso ottenere, cose apparentemente assurde. Come la possibilità di impacchettare 2,5 chilometri di scogliera in Australia o le coste delle isole della baia di Biscayne, a Miami.

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Christo and Jeanne-Claude – The Pont Neuf Wrapped (Parigi, 1985)
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Christo and Jeanne-Claude – Wrapped Reichstag (Berlino, 1995)

Il vero debutto dell’impacchettamento però è avvenuto in Italia: al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1968 (Fontana di piazza del Mercato e Forte dei Mulini) e a Milano gli ultimi giorni di novembre del 1970, in occasione della folle mostra collettiva sui dieci anni del Nouveau Réalisme. Dove però le cose non andarono benissimo. Proprio no.

WELCOME TO MANILA – La mostra che svelò Christo ai milanesi (e al mondo) inaugurò il 27 novembre 1970. In quei giorni l’arte sbarcò sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo con grande clamore. Ma per un altro motivo. Quello stesso 27 novembre infatti il papa, Paolo VI (ex vescovo di Milano), atterrò a Manila per una visita pastorale. E ad attenderlo, oltre a milioni di fedeli festanti, trovò anche lui:

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Benjamin Mendoza Y Amor

Benjamin Mendoza Y Amor, un artista surrealista boliviano, che in quei giorni esponeva le sue opere in un albergo di Manila. Mendoza, vestito da prete, aspettò pazientemente per ore, in un caldo soffocante, l’arrivo del pontefice tra la folla. Quando finalmente gli fu vicino, estrasse il coltello che teneva nascosto da tutto il giorno e gli si avventò contro. Solo l’intervento del segretario personale del papa, Pasquale Macchi, che si buttò sull’assalitore, evitò che il primo attentato ad un pontefice finisse nel sangue. Mendoza fu bloccato e arrestato. La sua disarmante spiegazione fu: «È stato un gesto surrealista contro la chiesa». Venne condannato poi a 4 anni di prigione e rispedito in Bolivia.

La Notte - 27 novembre 1970
La Notte – 27 novembre 1970

Il gesto di Mendoza piombò sulla politica italiana come un meteorite dalla terribile forza simbolica. In quegli stessi giorni, infatti, in Parlamento era in via di approvazione una legge destinata ad entrare nella storia: quella sul divorzio. Che verrà approvata il primo dicembre 1970. Quattro giorni dopo il gesto surrealista di Mendoza. Una legge che, di fatto, fu uno strappo violento sul telo (steso dalla chiesa) che ricopriva la vita di coppia in Italia da secoli, un segno di emancipazione definitivo e sorprendente (certo, poi servì il referendum, quattro anni dopo, per renderlo effettivo…). Un brusco risveglio per la chiesa cattolica. (Forse) Un po’ come rendersi conto, troppo tardi, che tuo figlio è cresciuto e non ha più alcuna voglia di ascoltarti.

DOPPIO FALLIMENTO – La partecipazione di Christo alla mostra sul Nuovo Realismo, prevedeva due “impacchettature”. Quella della statua equestre di Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo e quella di Leonardo in piazza della Scala.

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Christo and Jeanne-Claude – Wrapped Monument to Vittorio Emanuele II (Milano, 1970)

La prima durò un solo giorno: le proteste dei cittadini iniziarono ancora durante la preparazione. A lavori ultimati il Comune fu sommerso di chiamate, il Corriere scrisse di aver ricevuto una «tempesta di telefonate in redazione», ci furono addirittura una manifestazione di protesta di un gruppo di anziani combattenti e dei monarchici che si radunarono minacciosi per mettere fine a «quello scempio» (incredibilmente, i monarchici erano una realtà, anche politica, ancora attiva. Nelle elezioni politiche del 1968 il surreale Partito Democratico di Unità Monarchica – il Pdium – ottenne l’1,3%, vale a dire circa 415mila voti). Qualcuno racconta anche di un cartello appeso sull’opera: «L’omm de Preja è contro il nuovo realismo». Il riferimento era all’antica statua di corso Vittorio Emanuele, chiamata anche Sciur Carera, alla quale storicamente venivano appesi cartelli che deridevano i potenti di turno (il più gustoso fu quello trovato la mattina dell’arrivo di Napoleone in città nel 1805:  «Liberté, Égalité, Fraternité, i francés in carrozza e numm a pè»).

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Christo and Jeanne-Claude Wrapped Monument to Vittorio Emanuele II (Milano, 1970)

Il giorno seguente alla sua faticosa realizzazione (ai tempi Christo non aveva lo stuolo di collaboratori che ha ora) il Comune fece rimuovere il telone di plastica bianca perché lo ritenne «inappropriato». L’allora assessore alla Cultura, tale Paolo Pillitteri, pare si oppose in maniera categorica alla proposta di mettere una pezza sulla brutta figura utilizzando la statua di Garibaldi in Largo Cairoli (secondo La Notte il futuro sindaco sbottò: «E no! Garibaldi non si tocca!»).
Andò peggiò invece all’opera realizzata il giorno seguente in piazza della Scala.

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Christo and Jeanne-Claude – Wrapped Monument to Leonardo da Vinci (Milano, 1970)

Poche ore dopo il completamento dell’imballaggio, l’opera prese fuoco. Racconta il Corriere della Sera: «L’azione è stata compiuta alle 0.15 da una ventina di giovani (pare neofascisti) che, piombati all’improvviso intorno al monumento, hanno irrorato l’estemporaneo imballaggio con lo spruzzo (infiammato) di bombolette a gas. La squadra d’emergenza dei vigili del fuoco di via Ansperto è immediatamente intervenuta: e Leonardo ha subito anche una doccia. Il telone è andato lentamente bruciandosi finché, per il pericolo che spruzzasse fiammelle in giro, i pompieri hanno preferito toglierlo del tutto».

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Corriere della Sera – 29 novembre 1970

SILENZIO, PARLA BUZZATI – Per il Corriere seguì le vicende della mostra sul Nuovo Realismo nientemeno che Dino Buzzati, che aveva da poco pubblicato uno dei suoi capolavori, il “Poema a fumetti”. Il giorno dopo le proteste contro l’opera in piazza Duomo scrisse:

«Piuttosto vien da chiedersi se il bulgaro Christo, con queste fantasiose opere di imballaggio, non sia riuscito a risvegliare finalmente nei milanesi una preoccupazione estetica per la loro città, finora inesistente. Nel giro di pochi decenni Milano, distruggendo vecchie case e deliziosi quartieri, seppellendo i navigli, facendo quasi tabula rasa del verde, costruendo casoni orrendi e falansteri da suicidio, si è conquistata la solida fama di una delle città più brutte del mondo. E nessuno fiatava».

IL SOLO, UNICO, CHRISTO – La cosa davvero singolare è che delle “opere pubbliche” realizzate dai Nuovi Realisti a Milano in quel novembre 1970, le uniche davvero sabotate furono quelle di Christo. E pensare che ci furono operazioni ben più ardite. Niki de Saint-Phalle, per esempio, organizzò in Galleria Vittorio Emanuele un singolare tiro a segno: davanti a un altare di chiesa bianco posizionò alcuni contenitori di colore, sui quali sparò con un fucile ad aria compressa.

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Ugo Mulas – Niki De Saint Phalle in Galleria Vittorio Emanuele, 28 novembre 1970

Ma l’opera più clamorosa fu certamente quella di Jean Tinguely. Fin dal 27 novembre in piazza del Duomo comparve una strana enorme struttura coperta da un misterioso telone viola sul quale erano stampate in caratteri d’oro le lettere “NR“. Per svelare il mistero l’appuntamento fu fissato la sera del 29 novembre (ultimo giorno della mostra), un sabato. A quello che fu annunciato come un grande spettacolo pirotecnico arrivarono poi in tanti. Tantissimi. Qualcuno parlò di almeno diecimila persone. E quando Tinguely scoprì l’opera, la sorpresa, anche tra i più sgamati, fu davvero tanta.

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Jean Tinguely – Vittoria (Milano, 1970)

Davanti alla facciata del Duomo apparve infatti un enorme fallo dorato. (Il dito di Cattelan in piazza Affari in confronto è roba da seminaristi). Che si chiamava Vittoria ed era ripieno di petardi ed esplosivi. La scultura venne poi innescata: dalla sua punta sparò alcuni razzi e si autodistrusse, tra scintille e fumo, in circa mezzora. Tra lo stupore, tutto pagano, dei milanesi radunati sul sagrato del Duomo.

POLEMICHE, SEMPRE POLEMICHE – Naturalmente quando la kermesse chiuse, il Comune, che aveva patrocinato e finanziato l’iniziativa, fu bersagliato dalle critiche. Il sindaco, Aldo Aniasi, rimase fuori dalla polemica, lasciando all’assessore Pillitteri il compito di parare i colpi. Il futuro sindaco, nonché cognato di Bettino Craxi, si produsse nel più classico del “È colpa loro” e si limitò a sottolineare che la delibera sulla mostra era stata decisa dall’amministrazione precedente e quindi lui non poteva farci niente. In particolare, il Comune venne accusato di aver sperperato ben 15 milioni di lire (lo stipendio medio di un operaio era circa 125.ooo lire) per una manifestazione tanto effimera quanto controversa, in un momento di vacche magrissime, in cui l’Atm era sull’orlo della bancarotta e in consiglio comunale si discuteva di «contribuzione straordinaria» per sistemare la voragine nei conti. Com’è andata a finire poi è noto: Pillitteri non solo ha girato tutti gli assessorati “di peso” del Comune (Urbanistica e Bilancio), ma nel 1986 è anche diventato sindaco. Per diventare, sei anni dopo, uno dei protagonisti, diciamo così, di Mani pulite. Ma questa è un’altra storia. O no?

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Paolo Pillitteri e l’ex direttore del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa

 

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